Diario Raro – Capitolo II

capitolo II

Durante la mia adolescenza, oltre ai sintomi descritti nel Capitolo I, iniziai anche ad avere problemi alla schiena. Era il 1987 quando feci i primi raggi alla colonna e agli arti inferiori dove il radiologo refertò un’asimmetria del bacino e  una scoliosi lombare. Il medico di famiglia consigliò a mia mamma l’uso della scarpa con il rialzo, il busto e il classico nuoto.

Ricordo che la scarpa ortopedica non la portai per molto tempo perché ogni volta che la indossavo, sentivo un dolore forte all’anca che non mi permetteva di camminare correttamente. Con mia immensa gioia, mia mamma, seguendo il consiglio del medico, mi iscrisse nuovamente in piscina. Non ricordo per quanto tempo ci andai, probabilmente l’ho rimosso, ricordo invece che il nuoto non fu la mia unica esperienza sportiva disastrosa. Mia mamma aveva quella benedetta convinzione che dovessi fare per forza attività fisica  perché “ai bambini lo sport fa bene”, e quindi mi iscrisse prima a danza classica, poi a danza moderna e infine a rock and roll acrobatico, insieme a mio fratello Fabrizio di due anni più grande. All’epoca, tra i due, ero io quella più alta (a causa del mio collo lungo il mio caro fratellino mi chiamava “simpaticamente” giraffa), e le acrobazie previste durante le lezioni non erano proprio il massimo della sicurezza. Ricordo che una volta presi una testata talmente forte che rimasi rimbambita per più di un’ora. Non potete immaginare lo sconforto che ogni volta provavo ad andare in palestra.

Finite le medie decisi, senza nemmeno troppa convinzione, di iscrivermi a ragioneria. Con l’inizio della scuola superiore iniziò anche l’incubo del busto, che per fortuna (se così si può chiamare) era di quelli morbidi, somigliante più a una camicia di forza che appunto a un busto correttivo. Oltre al fastidio e l’ingombro nell’indossarlo ero letteralmente terrorizzata che si potesse vedere, e quindi indossavo tutti i giorni dei maglioni enormi, sformati, bruttissimi. Vivevo con la paura che qualcuno potesse sentirlo solo mettendomi una mano sulla spalla.

Per fortuna al liceo trovai dei compagni di classe decisamente migliori di quelli delle medie, e riuscii bene o male a cavarmela senza grossi problemi. A un certo punto della mia vita scolastica iniziai a ribellarmi a quella tortura e smisi finalmente e definitamente di portare il busto. Non credo nemmeno di aver avuto grandi benefici nel tempo, anzi, visto come sono ridotta direi decisamente no. Ricordo però che nonostante i dolori e la debolezza muscolare le mie articolazioni erano davvero mobili, riuscivo a fare dei movimenti con gambe e braccia che i miei amici non erano in grado di ripetere. Oltre a essere “slogata”, come mi definivano tutti, ero anche goffa e scoordinata nei movimenti (lo sono ancora di più adesso) picchiavo ovunque, mobili, spigoli, porte.

Anche se odiavo certe materie, come diritto e storia, nello studio andavo bene e davo spesso una mano alle mie compagne, che naturalmente continuavano a ignorare i miei problemi. Ero diventata talmente brava a nasconderli che negli anni del liceo le mie amiche non facevano altro che ripetermi una frase che ho sempre odiato: “beata te”. Ingenuamente  credevano che avessi tutte le fortune di questo mondo, per loro ero quella bella e brava a scuola.

Gli svenimenti che caratterizzarono la mia adolescenza diminuirono, anche se, soffrendo  di pressione bassa, mi venivano spesso delle pre-sincopi, che imparai per fortuna a gestire evitando così di franare a terra ogni volta. I mal di testa prima e durante il ciclo mestruale invece continuarono ad essere sempre insopportabili, cambiai più volte la pillola anticoncezionale ma senza nessun beneficio, e diverse volte dovetti  ricorrere al pronto soccorso per le flebo di analgesico.

Non potendo e volendo parlare con nessuno dei miei problemi, perchè farlo mi avrebbe fatto sentire “diversa”, sfogavo i miei stati d’animo nel mio diario scolastico. Scrivevo anche della forte  stanchezza che continuava ad affliggermi, tanto che a scuola ero ormai esonerata d’ufficio dalle lezioni di educazione fisica. Non so davvero quanti integratori vitaminici, ferro in fiale e altre cose di questo genere provai ad assumere per cercare di stare meglio.

Con la crescita  diventai più snella e riuscii finalmente a  farmi crescere i capelli; alle medie mia madre si ostinava a farmeli portare corti con la convinzione che, avendo i capelli molto sottili, tagliandoli spesso si sarebbero rinforzati. A 17 anni presi la mia prima vera cotta per un maestro di sci, conosciuto in Val D’Aosta mentre stava facendo  il servizio militare nel corpo degli Alpini.  Sì, avete capito bene…ero in montagna a sciare! La tortura dello sci (solo fare due passi dall’Hotel alle piste con quegli scarponi pesantissimi mi distruggeva, figuratevi un’intera giornata sulle piste) iniziò da piccola sempre per la  solita convinzione di mamma, e continuò fino a che fui in grado di decidere da sola se continuare a spaccarmi o meno le gambe. Ricordo che in quell’anno mi veniva spesso la febbre molto alta insieme a dei forti dolori articolari; soffrivo anche di nevralgie molto dolorose al volto e di bruciori urogenitali davvero intensi. Andavo avanti di novalgina (analgesico e antipiretico) e furadantin (un antibatterico per le infezioni urinarie).

A 18 anni mi diplomai in ragioneria, e finito il liceo trovai immediatamente lavoro in una finanziaria. Fu un incubo, sia per i colleghi che per il lavoro.  Gli amministratori erano dei veri despoti che imponevano ai dipendenti anche il modo di vestirsi. Si potevano indossare solo capi blu o grigi, e rigorosamente solo mocassini blu ai piedi. Ci lavorai tre anni e mezzo, e mi licenziai quando la società si trasferì fuori Liguria. Durante quel periodo, a 20 anni, conobbi il mio primo fidanzato, con cui portai avanti un rapporto durato quattro anni. Era un ragazzo d’oro ma molto geloso e protettivo. Con lui e la sua compagnia di amici iniziai a frequentare più spesso le discoteche, visto che le luci a intermittenza non mi davano alcun fastidio. Fu un anno diciamo abbastanza tranquillo. I miei problemi mi permisero di fare una vita quasi normale, fino a quando, a 21 anni,  iniziai ad avere grossi problemi con la pelle del viso. Mi venne una fortissima acne rosacea che incise profondamente sul mio stato emotivo. Andai dal dermatologo che mi cambiò pillola e mi diede il Diane e delle creme specifiche contro l’acne. Quel periodo fu emotivamente devastante,  solo chi l’ha avuta può realmente capire quanto possa essere penalizzante nella vita quotidiana e nei rapporti sociali. La cura non portò molti benefici e il dermatologo mi diede in aggiunta un antibiotico specifico.  Dopo un mese di assunzione mi prescrisse gli esami del sangue e il risultato fu allarmante: il valore di miei trigligeridi era salito a 1040mg/dl! (il valore massino all’epoca era 200mg/dl) Mi tolsero subito l’antibiotico e mi sospesero la pillola, e nel giro di un mese il valore scese a 500, per poi stabilirsi nei valori normali. Il dermatologo mi ridiede il Diane ma senza l’antibiotico, che mi dissero essere la causa di quei valori  assurdi nel sangue.  Ci vollero un paio di anni prima che l’acne iniziasse a regredire, lasciandomi ovviamente dei segni evidenti e una pelle estremamente sensibile.

Dopo essermi licenziata dalla finanziaria, mi assunsero come segretaria presso un circolo di Tennis,  in sostituzione di un ragazzo in malattia. Quel lavoro non fu il massimo, i colleghi erano simpatici, ma i soci del club un pò meno. Ricordo che una volta osai usare il bagno nello spogliatoio delle donne e per questo il direttore mi riprese  duramente, secondo le loro regole una povera segretaria non poteva assolutamente mettere piede nei locali riservati ai soci (sfigati, è l’unica parola che adesso mi viene in mente per definirli). Finito il periodo di sostituzione mi licenziarono e andai con un mio caro amico, (e per la gioia del mio fidanzato) a Londra per una viaggio studio di due settimane. Fu divertente e istruttivo, al ritorno però, dovetti fare i conti con un peggioramento importante della mia acne rosacea. Non so se furono quegli eventi a stressare il rapporto con il mio fidanzato o la sua costante ed estrema gelosia, ma  a 24 anni presi la decisione, molto sofferta, di lasciarlo. Ritornata single e in cerca di un lavoro, insieme al mio amico con cui condivisi l’esperienza londinese, decidemmo di prendere il libretto di navigazione per andare a lavorare sulle navi da crociera.

Finisce qui il secondo capitolo del mio “Diario Raro”. Ripercorrere certi eventi è complicato, tanto che, per ricordarmi alcune cose, sono dovuta andare a rileggere i miei vecchi diari di scuola (mia mamma non ne ha buttato via nemmeno uno!). Vi assicuro che non è stato semplice, non tanto materialmente quanto emotivamente. Mi sono sorpresa nel rileggere alcune mie riflessioni che all’epoca già sottolineavano quanto il mio aspetto esteriore fosse ingannevole agli occhi di chi mi guardava. Mi rendevo conto che non sarebbe stato facile continuare a indossare una maschera, ma sapevo che se l’avessi tolta, non tutti avrebbero compreso il mio stato di salute, scambiandomi probabilmente per una persona pigra e lamentosa.

Ma nascondersi è sbagliato, e non deve mai essere una soluzione. Così facendo, i primi a renderci invisibili siamo proprio noi stessi.

 

To be continued…

Capitoli precedenti:

Diario Raro

Diario Raro – Capitolo I

Copyright © 2018 – 2018 La Zebrah Rosa by Deborah Capanna

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