Come un vuoto a rendere

Quante volte si può riutilizzare un vuoto a rendere? Forse 10 o 20, dipende se di vetro o di plastica. Ma a chi bisogna renderlo? Probabilmente a chi te l’ha venduto, o forse si deve semplicemente gettare dentro il contenitore per la raccolta differenziata…..

E’ così che certe persone riescono a farmi sentire: un vuoto a rendere. Mi hanno svuotata della mia energia, della mia forza, ma soprattutto della mia rabbia. Quella che da sempre mi tiene a galla. Quella che da sempre non mi fa mollare la presa. E’ come se mi avessero lasciato la bottiglia bevendosi il succo, e della bottiglia vuota non me ne faccio niente. Le delusioni e le incomprensioni di questi anni mi hanno talmente svuotata che non riesco più a provare nulla, niente di niente. Non ho nemmeno più la forza di arrabbiarmi con chi si ostina a non fare quello che dovrebbe; con chi usa il mio lavoro per far brillare il suo; con chi invece di prendermi la mano nasconde la sua; con chi pretende cose senza nemmeno lontanamente immaginare l’impegno fisico che richiedono.

Sono così stanca di dover sempre giustificare l’ingiustificabile: “Dobbiamo…. andiamo … facciamo…” Ma esattamente qual’è la parola della frase “Non posso, non ce la faccio”, che non è chiara? Perchè mi sembra di parlare italiano, ma forse mi sbaglio. Forse c’è chi non capisce la lingua di chi da tutta la vita combatte per sopravvivere, e adesso semplicemente non ce la fa più. Tutti hanno bisogno di riposo, figuriamoci chi convive con una malattia cronica. Ma sembra sempre essere colpa nostra se non ce la facciamo, siamo noi quelli strani. O forse sono solo strane le nostre malattie, soprattutto se non hanno un nome.

Avete mai fatto caso all’espressione delle persone davanti a una sclerosi multipla o a un cancro?  Dispiacere e tristezza sono le prime emozioni che si possono leggere sul loro viso. Secondo voi, sono le stesse che traspaiono davanti a una Malattia di Behcet piuttosto che a una sindrome di Ehlers Danlos? No, ve lo dico io, non lo sono. Adesso provate a immaginare l’espressione delle persone davanti a un malato non diagnosticato. Provate, anche se secondo me non ci riuscirete.  Tante volte, quando mi fanno la fatidica domanda “Che cos’hai?”, sono tentata di dire il nome di una malattia a caso ma conosciuta,  solo per non farmi guardare in quel modo, per non farmi sentire diversa, per non farmi giudicare. Perchè la prima cosa che le persone fanno sempre, e lo sappiamo tutti, è giudicare. Chi non vive in prima persona queste situazioni, non si può rendere conto di quanto sia facile venire etichettati dalle persone. E le etichette attaccate male sono difficili da togliere, rimane sempre quella patina appiccicosa che non si riesce a togliere, nemmeno sfregando  per giorni interi.

In questi anni ho fatto tanto, davvero tanto, per far capire quanto difficile sia vivere la nostra vita. Non mi sono risparmiata, per niente e per nessuno. Ora però, mi devo fermare un attimo. Devo ricominciare a “sentirmi”, perchè non mi sento più. Non ho quasi più fiato, e quello che mi è rimasto devo risparmialo per me e per i miei bisogni che ho ignorato per anni. E poi per chi, mi chiedo. Ho una nausea perenne, ma non è colpa della malattia, sono state le persone a farmela venire. Ho incontrato tanti di quei mostri, che nemmeno da piccola riuscivo a immaginarmeli così terribili. Persone che si spacciano per benefattori nascondendosi dietro a organizzazioni apparentemente serie; amici, che di amici non hanno niente, se non sfruttarmi quando ne hanno bisogno; politici che si  rivelano politici, e quindi venditori di false promesse; viscidi schifosi che per i loro interessi cercano di calpestare la mia dignità; incompetenti saccenti che continuano a occupare posti che non dovrebbero; stupidi imbecilli che si credono Dio. E tanto altro, tantissimo altro. L’elenco è davvero lungo, ma state tranquilli che non dimenticherò nessuno nei racconti del mio Diario Raro. Tutti avranno la loro parte: ogni re avrà il suo trono e ogni pagliaccio il suo circo.

Fatemi solo fermare un attimo, riempio la bottiglia e torno.

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Copyright © 2018 – 2018 La Zebrah Rosa by Deborah Capanna

2 risposte a "Come un vuoto a rendere"

  1. Mariarosa settembre 14, 2018 / 7:54 pm

    Ciao compagna di viaggio…mi sono specchiata in te..stanca di combattere.. grazie per quello che fai

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    • La Zebrah Rosa settembre 14, 2018 / 8:11 pm

      Grazie Mariarosa, solo chi combatte le stesse battaglie può veramente capire. Un abbraccio

      Mi piace

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